Benvenuto caro lettore. Intanto ti fornisco qualche breve informazione sulla persona che si cela dietro le parole che stai per leggere. Mi chiamo Valentina e attualmente ho 16 anni. Abito a Reggio Emilia, una grigia e monotona città del Nord Italia che nessuno conosce. Qualche mese fa presi l'importante decisione di diventare un'exchange student, infatti trascorrerò 10 mesi in una bellissima cittadina vicino a Houston, Texas. Ho voluto aprire questo blog per avere a disposizione una valvola di sfogo, un luogo in cui poter essere quello che sono senza filtri. Detto questo buona lettura.

mercoledì 4 aprile 2018

Capitolo 3. La Babele di cristallo

Lo scopo di un viaggio è la sua stessa essenza che, in quanto catartica e  purificatrice, deterge la mente e delucida il pensiero, attraverso la forza centrifuga dell'adrenalina. 

Dopo le prime 10 ore di volo, il tempo sembrò essersi fermato. Il mio corpo stremato mi comunicava la sua esigenza di sonno, ma la luce accecante proveniente da qualche fessura qua e là suggeriva che era ancora pieno giorno. Alternavo film in inglese ancora poco comprensibili a momenti di pianto disperato, che annebbiavano le immagini impresse nella mente dei volti rigati dalle lacrime della mia famiglia. 
Parlai solo una volta durante tutto il viaggio; il mio interlocutore, una hostess piuttosto scocciata, rispose con noncuranza quando scelsi il menù vegetariano con voce roca e spezzata dai singhiozzi. Mangiai, inghiottendo a fatica qualche boccone freddo ed insipido, per poi tornare al piccolo schermo   sulla poltrona di fronte, fissando nuove immagini con sguardo assente. 
In qualche modo arrivai all'aeroporto di Newark, New Jersey, dove spiccicai finalmente qualche parola con alcuni coetanei diretti verso svariate città americane, che come me aspettavano con ansia il  famigerato controllo passaporti. 
La mia coincidenza sarebbe partita di lì ad un'oretta scarsa e il torrente di persone davanti a me non sembrava sfociare al di là della dogana. <Beh, un'ora è lunga> avevo pensato durante l'atterraggio in un momento di poca lucidità, quando ancora ero ignara del fatto che gli arrivi erano lontani qualche  chilometro dalle partenze. Il mio sguardo cominciò dunque a scrutare nervosamente l'orologio sul maxischermo sopra le nostre teste, sperando che si fermasse di colpo, regalandomi più tempo. 
Poi magicamente mi ritrovai da sola, catapultata in una piccola ma caotica città di Babele fatta di brusii indecifrabili tra persone dall'aspetto disparato. Mi feci largo tra una folla di pendolari assonnati e famiglie schiamazzanti, un po' correndo, un po' arrancando, trascinando una valigia più pesante di me. Attraversai corridoi di cui non vedevo la fine, superando Gate dopo Gate, sorprendendomi di non essermi ancora persa in quel labirintico edificio vetrato. 
Ad un tratto mi bloccai di colpo: alla mia destra, al di là della città di cristallo in cui mi trovavo, intravidi i mostruosi edifici di Manhattan che sembravano solleticare il cielo azzurro, in un'unione quasi fantastica tra sogno e realtà. In quel momento, per la prima volta da quando decisi di iscrivermi al programma, mi sentii al sicuro, dentro quell'abbraccio architettonicamente perfetto dei grattacieli Newyorkesi. Ce l'avevo fatta, da sola. Ero partita. Una forza incontenibile mi fece fremere di gioia, e le gambe ricominciarono a muoversi verso l'aereo che mi avrebbe portato nella mia nuova casa. 
Così, raggiunsi il Gate con largo anticipo, ed ebbi addirittura il tempo di girarmi un'ultima volta ad ammirare il panorama mozzafiato dietro le vetrate; lo salutai in un arrivederci pieno di gratitudine, e mi incamminai verso la pista di atterraggio con una nuova consapevolezza: tutto sarebbe andato bene. 

martedì 20 febbraio 2018

Capitolo 2. Un'alba amara

Ci sono giorni in cui sento di aver bisogno di prove tangibili per poter credere al passato. Come se i ricordi non fossero altro che immaginazione, sogni irreali, incantesimi della mia stessa mente; ecco perché adoro la fotografia, uno strumento magico che va oltre l'hic e il nunc della nostra realtà.
È solo grazie ad un immagine concreta se i miei occhi riescono a ripercorrere momenti, eventi e situazioni, strappandoli dalla mera astrazione del ricordo.


Ma le parole, signori, sono le sole in grado di perpetuare nel tempo ciò che i sensi hanno vissuto, collegando luoghi a sguardi, emozioni a persone.


Sole che nasce, cielo color pastello, edifici bassi ma che disturbano la composizione dell'immagine. Questo è quello che vedete voi. Io invece vedo un inizio, una partenza, vedo lacrime sui volti delle persone che amo, vedo paura, timori, ansia, fragilità. Vedo una valigia più grande di me che mi ha guidato per aeroporti caotici, vedo altri ragazzi ridere, scherzare, piangere. Vedo l'orgoglio negli occhi di una persona che ora non c'è più, che quel giorno mi ha ripetuto per l'ennesima volta la sua tipica frase in dialetto. 'Su mo, fer mia la nessia, nueter som seimper chè'

A posteriori, cosa posso raccontare di quell'interminabile giornata? Penso nulla, perché va vissuta. Piccoli avventurieri, futuri ambasciatori italiani nel mondo, amici exchange, non aspettatevi un viaggio spensierato, divertente ed emozionante. Preparatevi ad ore e ore di silenzio sovrastante, debilitante. Per alcuni istanti, quando sarete alle porte del vostro gate, l'istinto vi indurrà a voltarvi indietro. Non fatelo, guardate avanti, con coraggio. Sull'aereo ingoierete bocconi amari. Una volta scesi sarete liberi da qualunque fardello, ma le novità cominceranno a calpestarvi, è lì che vi sorprenderete della vostra stessa forza.

martedì 30 gennaio 2018

Capitolo 1. Presentazioni 'mediocri'

Mi chiamo sempre Valentina, di anni non ne ho più 16, ma 19, abito sempre a Reggio Emilia, ma di case, ora, ne ho due, l'una a 8863.59 km dall'altra.
A luglio ho conseguito la maturità classica e a settembre ho iniziato a frequentare i corsi di Lingue e Culture Europee presso l'Università di Modena. Al momento ho affrontato un qualche sporadico esame, senza eccellere né fallire. Non studio a tempo pieno, come la maggior parte dei miei coetanei. Insegno ginnastica ritmica in una piccola società sportiva locale e attualmente la considero la mia primaria attività. La mia famiglia è ancora lì, sostenendomi in ogni mia scelta, chi da vicino e chi purtroppo da lontano. Anche Walt è ancora lì, dove deve essere. 'Tutto a posto e niente in ordine' dice sempre mia nonna; e le nonne, miei cari, hanno sempre ragione. 


In America, una persona una volta mi disse di non accettare mai la mediocrità; lo sto facendo? Forse. O forse no. Dipende dai punti di vista. 
Ma cos'è la mediocrità? Un 28\30? Un 98\100? La mediocrità non è un numero. Mediocri sono le persone che non hanno una passione, le persone che si amalgamano a quella massa amorfa di struzzi che nascondono la testa dentro uno smartphone, o coloro che si lamentano della realtà constatandone l'immobilità ma poi ritrovano loro stessi ancorati all'utilità della monotonia senza valori ogni qualvolta si presenti uno spiraglio di cambiamento. Queste persone non hanno un colore, una nazionalità, una razza. Non sono i 'cazzoni' italiani o gli americani ingenui, e nemmeno i brillanti tedeschi o i precisi nordici. Sono gli abitanti di un mondo mediocre. E io ne faccio parte. 
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My name is still Valentina, but now I'm 19. I still live in Reggio Emilia, but I have two homes now, and one is 5503.92 miles from the other. 

This summer I graduated from High School and I started to attend European Languages and Cultures curses at Modena University last September. Currently I took some sporadic exams, never failing, but at the same time never excelling. I'm not a full-time student, like the majority of people of my age. In fact, I am a rhythmic gymnastics trainer and, at the moment, coaching is my priority. My wonderful family is still there, supporting my choices, although it's not complete anymore. Also, Walt is still there, right where he has to be. 'Everything good, but nothing ordered' (Italian saying) my grandma always says; I'll tell you this, my dears, grandmas are always right. 

In the US, there was a person who once told me to never accept mediocrity; am I doing it? Maybe. Or maybe not. It's a mean of perspectives. 
But what does mediocrity mean? Is it a 28\30? Or a 98\100? Mediocrity is not a number. The mediocre are those people who don't have a passion to fight for, people who always standardise themselves to an amorphous mass of otriches that hide their head into a smartphone, or those who complain about reality acertaining its immobility, without trying to change anything because they are too used to their own worthless monotony. These people don't have color, race or nationality. They are not Italian 'dicks' or naive Americans, not even bright Germans or precise Scandinavians. They are the citizens of a mediocre world. And I am part of it. 

giovedì 11 gennaio 2018

Ricalcolo.

Poco tempo fa mi è stato detto di ricominciare a scrivere. E perché no? Dopotutto quello che pensavo essere un blog popolato da fantasmi in realtà è stato letto più di 60000 volte, completamente a mia insaputa.
Il viaggio in America attira l'attenzione più di qualche poesia o pensiero random, e allora perché non continuare a parlarne a posteriori? E' un fatto concluso, direte.
Eppure, le considerazioni esposte dal punto di vista di una sedicenne che, impaurita e spaesata, si ritrovò catapultata in una realtà a lei mai appartenuta possono essere riviste, rielaborate, rivalutate da una coscienza un po' più matura di qualche anno, e costituire quindi un aiuto ben più concreto ai futuri temerari che varcheranno le porte del Nuovo Mondo a breve.
Quindi che ne dite se riavvolgiamo il nastro e ripartiamo per la stessa avventura, ma da un'altra prospettiva?


Some days ago I was told to restart my writings. I thought 'why not?' After all, what I believed a ghost blog, actually turned out to have been read more than 60k times, and I was totally not aware of it.
My American trip draws more attention than some random poems, so why should I stop talking about my US experience? Let's talk about it, but retrospectively. Besides, considerations made by a scared and lost 16 year old, who found herself in the middle of a weird reality she never felt a part of, can be revised, or even revalued with different self consciousness of events, facts, people. I think this would be even more helpful to those of you who are brave enough to enter the gates of the New World.
What do you think about rewinding the tape and leaving again for the same adventure, though seen from another perspective?

martedì 9 maggio 2017

Tunnel.

Risate rimbombavano e si confondevano ad una musica dissonante componendo suoni fastidiosi per le mie orecchie stanche, diverse. Passai in rassegna facce sconosciute, disinvolte, che si contorcevano in espressioni di poca modestia, in abiti che fungevano da esca per prede disperatamente facili. L'odore forte del fumo denso mi nauseava al punto da farmi barcollare verso una finestra in parte aperta. Fuori il mare scorreva nel verso opposto ed il vento soffiava violento sul ponte deserto. La mia insofferenza nei confronti del baccano intorno a me mi indusse ad uscire dal locale; era ormai una prassi. Più tentavo di farmi inglobare da quel mondo che dovrebbe appartenermi e più mi accorgevo di quanto ormai mi fosse lontano, estraneo. 

Settimana dopo settimana, i tentativi si fecero più radi ed i giorni cominciarono a diventare un infinito tunnel senza luce sotto il quale finii per perdermi. Un tornado di polvere grigia mi risucchiava senza mai farmi cadere del tutto, come se da me traesse quella forza che sembrava scatenare solo al cospetto di persone innocenti. 

Poi, ad un tratto, il buio più totale. Un silenzio improvvisamente nero mi soffocava, e le mie grida mute si spegnevano ancora prima di liberarsi dalla morsa della gola. La testa, fattasi pesante come una roccia arida, pulsava a ritmo irregolare e gli occhi affogarono in lacrime corrosive. In un limbo tra realtà ed immaginazione, avevo perso qualcosa di fondamentale, che sapevo non sarebbe tornato. Nonostante questo, l'impulso umano è quello di aggrapparsi sempre alla speranza, una maledetta illusione autolesionistica, e come riemergendo da una prolungata apnea, boccheggiai sulla riva della vita e incrociai le dita in una preghiera tanto pretenziosa quanto essenzialmente ipocrita. 

Quando però la Fortuna compie una scelta, possiamo anche sacrificare noi stessi, ma essa non torna indietro. Anzi, ti travolge avanzando ancor di più e portando nuove sofferenze, nuovo buio, nuove grida, nuovo silenzio nero. Per questo raccolsi i pezzi del mio corpo in frantumi e accettai la continuazione di quel tunnel già imboccato, fatto di grige giornate già vissute. Ingiustizie giornaliere si accumulavano nel mio orgoglio con la velocità con cui la sabbia si accumula in una clessidra, e in poco tempo mi sentii fremere di un fuoco rabbioso inarrestabile. Cercai accuratamente di alienarmi da quelle poche persone che ancora fingevano di interessarsi alla mia monotonia, poi diventai un fuoco, seppur ancora pericoloso, completamente invisibile. 

La luce in fondo al tunnel sembra ora farsi sempre più vicina, accieca quasi la mia vista abituata a colori scuri, tetri. Non vedo al di là di essa. Possono esserci mostri,ma ho la spada. Possono essere lampi di un temporale violento, ma ho l'ombrello. In cuor mio non mi importa, a patto che non nasconda un altro interminabile tunnel. 

martedì 30 agosto 2016

Dopo?

Sento da ormai troppi giorni l'irrefrenabile impulso di scrivere, scrivere della più totale normalità che il ritorno dall'America ha apportato alla mia vita quotidiana.
Tutto sembra coperto da una nube di pesante monotonia che avverto giorno dopo giorno, la quale però porta con se una quantità indefinita di domande. Sono a casa, sul divano, ma che ne sarà del mio ultimo anno di Liceo Classico? Sono in ufficio intenta ad archiviare documenti, annoiata, ma che ne sarà della mia ginnastica? Sono in centro, seduta in bar a sorseggiare un caffè, ma cosa voglio fare una volta diplomata tra esattamente 10 mesi? 10 mesi, ho avuto la possibilità di constatarlo, non sono altro che un anno fulmineo, un'abbreviazione formale ad una quantità tonda. E allora come posso concentrare le mie risposte, che onestamente pretendevo di avere una volta rientrata a casa, in quello che sarà un 'tour de force' di versioni sbagliate ma abbonate ed interrogazioni poco premiate? Boh. Io dico costantemente 'boh' ogni qualvolta mi si presenti una domanda sul mio futuro accademico. Ma ecco che il mio pensiero continua a vagare, in questo pomeriggio di metà agosto, e si va a posare sulle teste di tutti quei 'novellini' che in questi giorni giorni stanno affrontando la partenza più sofferta ed aspettata della loro vita. Cari colleghi exchange, ancora in patria o già nel Nuovo Continente, siate voi stessi, conoscendo voi stessi. Questo è il consiglio che più mi verrebbe da donare; sono sicura però che con il passare dei giorni  arriverà lo stimolo di scrivere due righe del tutto indirizzate a tutti coloro che hanno preso la stessa strada da me già percorsa.

Con questo buon proposito di imminente aggiornamento, buona conclusione di estate a tutti, lettori e non.

Vale.

giovedì 21 luglio 2016

365.

Un anno fa mi arrivò una chiamata alle 10 di mattina che segnò la fine dell'età in cui il problema più grande ed insormontabile sembrava essere la scelta dell'abbigliamento per andare a ballare.
Un anno fa risposi alla chiamata con un filo di voce, era mia madre in lacrime.
Un anno fa mi venne urlato nelle orecchie il nome della mia destinazione, un nome che allora suonava indifferentemente come una distesa di campi gialli attraversati da mucche e cavalli.
Un anno fa la frenesia, la curiosità e il coraggio si alternavano incostantemente ad una voglia matta di tirarmi indietro.
Un anno fa la fantasia non aveva barriere, la mente vagava per chilometri tentando di raggiungere quella meta dopo tanto tempo diventata concreta, e l'ossessione, la sete di sapere qualche dettaglio aumentava giorno dopo giorno.


Un anno dopo sono seduta alla scrivania di un ufficio, fingendo di lavorare su protocolli e fatture, con la tentazione irresistibile di vivere tutto un'altra volta, tramite i miei racconti e pensieri scritti qui, i quali riaccendono, riportano alla vita i momenti più difficili della mia giovane vita.
Un anno dopo, ad ormai un mese dal mio ritorno e con la mente un po' più lontana dall'America, mi sento grata e fortunata per avere avuto un'opportunità così grande, per aver conosciuto non solo persone false ed ipocrite, ma anche una famiglia meravigliosa che si è presa cura di me prelevandomi da una situazione di evidente difficoltà.
Un anno dopo sono anche riconoscente alla mia prima famiglia per avermi insegnato il valore della gratitudine.
Un anno dopo, soltanto un anno dopo, posso dire di essere una persona molto più vicina a quell'ideale fantastico, ma tuttavia ancora molto indefinito, a cui ho sempre aspirato. Tutto grazie ad una chiamata ricevuta un anno fa.

domenica 3 luglio 2016

Perché NON scrivo.

Da esattamente due settimane vedo una pagina bianca davanti a me in attesa di essere colmata con parole. Tutto é pronto, tranne me. Ogni volta che penso di esserlo le parole indietreggiano, in gola, come quando piangi e qualcuno ti chiede il perché. Sembra che abbiano paura di uscire, queste parole. Ma la verità é che sono io a non voler ripensare alle mie ultime settimane in Texas, a quelle persone vuote ed infelici che onestamente non mi mancano, all'incommensurabile delusione che gli americani chiamano PROM, ed infine alla bassezza umana di alcuni eventi finali.
Non penso valga la pena sprecare 20 minuti di questa fantastica vita che ho ritrovato in Italia per soffermarmi su dettagli inutili, gente inutile, parole inutili.
Questo per ora è il mio posto, non ho bisogno di abiti sfarzosi e partite di football per vivere come si deve, ma di calore, affetto, cultura, bellezza, storia e sì, buon cibo. Probabilmente servirebbero riflessioni più profonde e accurate, non lo metto in dubbio. Purtroppo però ho capito quanto la scrittura sia per me un aiuto fondamentale nei momenti di difficoltà, e questo, signori e signore, non lo é, perché qui ho trovato me stessa felice. Qui, a casa.


martedì 10 maggio 2016

Perchè scrivo?

Non avrei mai immaginato che questo blog prendesse una piega così emotiva, parallela alla mia esperienza. Non che abbia rimpianti, non fraintendermi, ma aspettavo da me stessa un po' più di inerenza, soprattutto considerato il mio scopo iniziale di apparire come un punto di riferimento per futuri exchange affamati di risposte.

Mi ritrovo a meno di un mese dall'arrivo dei miei genitori a contare i restanti giorni, come facevo da piccola con i petali delle margherite un po' spoglie, tentando di incamerare quanti più ricordi possibili. Il mio terrore? L'oblio. Sono perseguitata dalla paura folle di ricordare solo momenti bui, solo quei pianti così innocui tamponati dalla federa di un cuscino, o tutte quelle volte che mi sono sentita così piccola comparata all'immensità del mondo. Temo di non portarmi a casa i grattacieli della mia Houston, così imponenti sul panorama piatto ed infinito, i quali hanno saputo togliermi il fiato sin da quel 21 agosto 2016, appena scesa da un aereo di insicurezze, dandomi il benvenuto. Mi hanno guardata dall'alto; devo essere sembrata fragile, nella mia camminata disorientata verso l'ignoto.
Come potrei dimenticarmi, poi, di quella momentanea libertà del percorrere una highway ai 170, con finestrini spalancati e capelli guidati all'impazzata da un vento irriverente che spazza via certezze, e incertezze? Ho paura che la mia mente giochi brutti scherzi, una volta a casa. Tutte le immagini di una vita così fulminea, irripetibilmente unica, sono forgiate in me, come bassorilievi, sperando di riuscire a resistere alla deteriorazione che il tempo porta. E' così potente, il tempo.

Per questo scrivo. Scarico i ricordi su un foglio, esattamente come fotografie trasportate dal rullino ad un album. Questo è il mio album. Il mio magazzino. La mia memoria.

Vale.


lunedì 18 aprile 2016

Poesia.

Pensando si va, lontano dal mondo.
Vivendo si va, contro se stessi.
Cantando il silenzio, grida impaurito.
Dormendo il silenzio, si illude smarrito.

La pioggia ticchetta, alle porte del sogno.
Il vento sibila, nell'orecchio del tempo.
La pace non gioca, mi pare cresciuta.
La guerra s'impara, per esser vissuta.

Bruciante cera, consuma impassibile.
Pungente rosa, vinci l'inverno.
Mancato respiro, guarisci ferite.
Forzato riposo, ignora salite.

Una folla sorda, ascolta la vita.
Una folla cieca, non trova l'uscita.



giovedì 14 aprile 2016

Literacy.

Is Literacy Relevant in Times of Tribulation, Suffering or Progress?

Just a couple of months ago, Umberto Eco, a significant semiotician, writer and philosopher passed away leaving us a legacy of words. He believed that literacy could donate immortality to readers who, at the age of 70, will have lived not only their own life, but also Dante Alighieri’s psychological journey throughout the afterlife, Romeo’s forbidden love for Juliet and George Orwell’s political protest. He deemed books as creatures to be preserved against the opposite force of oblivion, because they represent a storehouse for the memories of the world.


The term literacy comes from the Latin word littera, which simply means ‘letter from the alphabet’, although it stands for a much more extended concept; literacy could in fact be defined as the most potent and effective instrument that humanity had the fortuity to be blessed with. Liesel Meminger, in ‘The Book Thief’, grows up acknowledging the force contained in words during a tormented discovery of the cruel outside world. As a young girl living in Nazi Germany, Liesel finds herself a safe shelter in books that, at the same time, serve as a distraction from her personal struggles and increase her self-awareness of reality. Her acts of thievery symbolize the instinctive need for an escape from the oppressive system where she happened to live in, becoming an expression of her insatiable hunger of knowledge. Therefore, literacy plays a fundamental role in times of crisis or development because it provides an evasion from adversities, painting a completely new landscape in the reader’s point of view that may even bring social advantages; however, one might argue that reading is inherently a pointless and inconsequential action since it does not aim to anything but abstract enlightenment.

In questa prima parte del mio tema di fine semestre e` espresso tutto cio` che ho da dire. 
Enjoy.

-Vale 

giovedì 31 marzo 2016

Tempo.


Mentre la campagna si faceva sempre più sconfinata, i miei occhi cominciarono a scrutare quei dettagli impercettibili che ormai sono soliti riempire le mie giornate. Chiazze blu si alternavano ad un bruciante rosso fuoco e il verde dell'erba faceva capolino di tanto in tanto, come per prendere fiato, soffocato da nuvole di fiori invadenti. La velocità così perpetuamente regolare mi fece poco a poco perdere il senso del tempo, tanto che un viaggio durato 4 ore mi parve di nemmeno una ventina di minuti. 
Destinazione? Anni 70. 
E' sorprendente quanto alcuni luoghi non invecchino, soprattutto quando in contrasto abbiamo sotto gli occhi città che diventano metropoli, edifici che sembrano voler toccare il cielo e industrie che fanno a gara per chi usa il minor numero di manodopera, affidandosi sempre di più al progresso tecnologico. 
Esiste però un triangolo, nel più sperduto angolo del West Texas, i cui vertici sono rispettivamente i paesini di Uvaldi, Christal City e Currizzo Spring. 

ATTRAZIONE TURISTICA DA NON PERDERE: La Pryor, nonché misera aggregazione di case all'apparenza abbandonate con una scuola differentemente moderna e un paio di ranch confinanti con il nulla assoluto. E qui, ero diretta per festeggiare la Pasqua più sorprendente della mia vita.

Come da copione, mi trovai ad essere la pecora nera; la pesantezza di sguardi incuriositi dai miei capelli biondi e occhi azzurri si faceva sentire ad ogni angolo svoltato in macchina.
Le insegne scolorite nei negozi sembravano noncuranti del fatto che l'America è un paese anglofono, mostrando fiere scritte in spagnolo e quelli che originariamente dovevano essere giardini fungevano da provvisorio parcheggio per veicoli provenienti da un'epoca a me non chiara. 

Tutto questo suscitò in me una curiosa meraviglia, la quale non faceva che aumentare via dopo via, casa dopo casa, persona dopo persona. Invece che la scontata pena per la chiusura mentale della gente del posto, i mie sentimenti erano rivolti più al fascino nascosto di un epoca a cui non potrò mai appartenere ma che, ho avuto modo di confermare, non se n'è mai andata del tutto. 


Il tempo, un misterioso fattore che condiziona le nostre vite; non si ferma se richiesto, non va avanti se aspettato. 

mercoledì 9 marzo 2016

Inafferrabile.

Il suo corpo era rigido e freddo, vittima di un abuso che la vita, a volte, si permette di compiere proprio contro chi freme dalla voglia di vivere. Il diametro delle sue gambe pari a quello delle mie braccia, e le sue braccia.. in proporzione. Quelle labbra pallide e crespe si curvarono nel più debole dei sorrisi alle parole innocue di un bambino incapace di comprendere la gravità della situazione, ignaro dell'ingiusta ed immeritata atrocità che la realtà nasconde.

Una brezza leggera muoveva lo scacciapensieri ciondolante dalla finestra, producendo una melodia malinconica, quasi straziante. Nonostante la mia inquietudine, un minuscolo gatto dal colore delle nuvole era appisolato sotto la sedia a dondolo sulla quale il mio corpo era distrattamente appoggiato. Non potendo più tollerare quella sensazione di pesante turbamento, lasciai la stanza a passi indecisi, dirigendomi verso quella che suonava come una conversazione leggera e disinteressata. Con le orecchie finalmente libere da quel precedente suono angosciante, i miei occhi, adattandosi lentamente al cambiamento repentino di luminosità nell'ambiente, cominciarono a delimitare i contorni di un luogo completamente nuovo. Sagome di volatili neri, probabilmente dipinti da una mano inesperta, costellavano il soffitto togliendo l'intimità che una camera da letto dovrebbe sempre preservare. Un acuto squittio mi colse alla sprovvista inducendo il mio sguardo a vagare per la stanza cercandone la fonte. Una gabbia alla mia destra conteneva una manciata di roditori che, con smania e furore, tentavano impotenti di rosicchiare le sbarre arrugginite. Era troppo, per me. Chiusi gli occhi. Deglutii un boccone salato di lacrime in arrivo, ancora una volta, chiedendomi se davvero mi aspettavo che questa esperienza sarebbe stata solo una vacanza studio prolungata.



Quando vi dico che l'inglese è solo una scusa per partire, credetemi. Guarderete in faccia la vostra vita, sarete parte di quella di persone che mai rincontrerete di nuovo, e nel mio caso, passerete di fianco alla morte in persona, conoscendola ed esplorandone i misteri al punto che le domande vi esploderanno nella mente, volando via gradualmente solo quando vi accorgerete che non hanno una risposta.

giovedì 25 febbraio 2016

100.

Sono scomparsa, direte.
Mi ero ripromessa di aggiornare almeno una volta a settimana, ma guarda un po’? Sarà passato quasi un mese dall’ultima volta che ho scritto qualcosa. Potrei inventare l’inaffidabile scusa del ‘sono impegnata’ o ‘mi sto godendo la mia vita qui come si deve senza pensare all’Italia’; entrambe sono del tutto false. La verità? Per la prima volta nella mia vita sento di non poter verbalizzare il moto continuo nella mia testa. I pensieri nitidi sono pochi, quelli sfocati troppi, quelli a metà non si contano nemmeno. Eppure c’è quel numero, in primo piano, grande e pulsante che sembra essere il punto di origine, il principio. 100.
Cos’è 100?
E’ quella quantità ambigua che, a seconda dell’oggetto contato o della persona contante, può essere ritenuto piccolo o grande.
Sì, 100 sono i giorni che mi separano dal 2 giugno, data dell’arrivo dei miei genitori. Più lo guardo e più mi spaventa. Non so, è tanto; ma è allo stesso tempo è nulla comparato a tutto quello che ho dovuto affrontare da quando sono qui.
Non sono altro che poco più di tre mesi, come le vacanze estive di uno studente. Eppure ho sempre visto l’estate come un lunghissimo arco di tempo. Forse non è l’esempio esatto. Non in questo momento, non in questa giornata grigia e piena di insofferenza.
Ci sono davvero giorni in cui mi sveglio e la mia testa sembra volermi comunicare che è stanca di inglese. Ogni classe sembra interminabile e ogni frase un poema. Sì, oggi vorrei davvero poter parlare in italiano con chiunque.
Qualcuno ieri mi ha fatto una domanda molto interessante. ‘Vale, sei felice?’ Oggi la stessa persona mi ha fatto notare che una mia risposta non è mai arrivata. La realtà è che una risposta non la ho, e questo dato di fatto non fa che scoraggiarmi. Facile scapparsene con un ‘va a momenti’, la mia bipolarità è ben nota a tutti. No, questa volta aspettavo da me stessa una risposta vera, un postulato concreto da non poter variare a seconda del tempo atmosferico, ciclo mestruale o verifiche giornaliere.

A quanto pare ho deluso me stessa, ancora una volta. Ed è anche per questo che quel 100 mi assilla. Il tempo passa e la candela brucia dicono. Qui è la mia unica opportunità di trovare risposte e sento che questa opportunità si sta dissolvendo giorno, dopo giorno.

sabato 6 febbraio 2016

Timed writing.

Ed è quando l'insegnante pronuncia le parole 'timed writing' che per un attimo il petto sobbalza. Più comunemente chiamato tema, consiste nell'avere meno di 45 minuti per scrivere una sottospecie di saggio breve limitato da schemi preimposti dal distretto. Tutto ciò avviene una volta ogni due o tre settimane nella classe di inglese.
Ora analizziamo insieme la situazione: Circa un terzo del tempo che in Italia ci è concesso per scrivere un perlomeno decente tema in classe. Una lingua che, seppur migliorata, non sarà mai al livello del mio italiano. Un telefono obbligato ad essere consegnato all'inizio dell'ora. Nessun cavolo di mezzo per tradurre parole che potrei non sapere. Solo un dizionario della lingua inglese, una matita, un foglio bianco e le fonti da cui trarre 'evidence'.

Dopo vaghi tentativi di programmazione a casa, mi sono ovviamente ridotta ad arrivare lunedì in classe senza una minima ispirazione. Ebbene, cari ragazzi, ancora una volta la nostra tanto odiata e sottovalutata scuola italiana ha dato i suoi frutti. Il mio voto finale è stato più alto della maggioranza della classe. Ora, parlando ragionevolmente, come può essere possibile? La spiegazione mi è balzata all'occhio solo dopo qualche giorno. I ragazzi americani sono abituati a strutturare la frase sul modello terza elementare, vale a dire 'soggetto, verbo, complemento (per lo più oggetto diretto)'. Non usano arricchimenti, non stravolgono, a volte nemmeno usano la punteggiatura (si, in quello che qui è il terzo anno di superiori, stiamo studiando il punto e virgola). Dopo il mio sconvolgimento iniziale, ho ancora una volta tirato le somme con la conclusione che la nostra vecchia e antiquata scuola italiana, accademicamente parlando, vale il doppio di questo 'baraccone' americano.

Ecco a voi il mio 'essay' intitolato 'IDENTITY AND STEREOTYPES'.

"Gnothi seauton", know yourself. That is what was written on the pediment of the Apollo temple, in Delfi. For centuries people have tried to follow that specific advice falling, most of time, in the treaking arms of stereotypes' influence. Exterior and cursory judgments ended up by ruining, and sometimes shaping people's identity; in worst cases, others' opinions have literaly stolen lives. It is, in fact, important to figure out your life on your own terms despite what society belives you must become, because otherwise, you'll be traped and forever taged like someone else; there is no worse thing than becoming "another one in the omogeneus group", deprived of personality and opinions.

Stereotypes make you feel traped, like a bird with wounded wings. Even positive stereotypes limit and condition our daily lives. For instance, Haily Yook, an Asian American student wrote that 'this positive prejudice is just as threatening to my identity'. What she means is that even though positive stereotypes are not meant to be offensive, they always end up being hurtful. In particular, she feels constantly under pressure because a person who "is supposed to be better" never gets merit of actions, is just expected to be better. Some people, though, have the strenght to ignore prejudices: Zora Hurtson, an African Amerian woman, compares herself to 'a bag of miscellany propped against the wall' in her essay 'How it feels to be colored'. She teaches us that it's impossible to guess what is hidden inside just watching the exterior. That's the huge trap: too many people stop at the appareance and start judging without evidence.

Therefore, someone might argue that is easier to get used to 'tags' since it requires no effort and it's a faster way to be accepted in the society. If you do so, you'd become just another piece of someone else's game and you'd loose once again your own identity shaping your existace in conformity of meaningless prejudices. How could a person avoid that? Alice Walker said that 'It seems impossible that desire can sometimes trasform into devotion'. Nothing will be wasted if you work hard to grow your own life. It's not anybody else's choise, YOU get to decide who you want to be. That is exactly what Janie understands after only 16 years in the book 'Their eyes were watching God'. She spends her childhood surrounded by a close-minded world from which she wants to escape. So, when her grandma says 'you're not a child anymore', she grabs her life and breaks the walls that have traped her ever since.

Finally speaking, we can't let society build our identity because, if it did, we'd be dead even before we start to live; only knowing ourselves we can establish our personality and move away from being stucked in society's judgements.

martedì 19 gennaio 2016

Vita.

Quanto può essere devastante quel senso di inferiorità ed impotenza di fronte alla vastità dell'orizzonte visibile dal finestrino di una macchina, che veloce avanza impercettibilmente su una strada di cui non si vede la fine. I miei occhi vagano in cerca di un segno di vita: scorgo una casa scolorita le cui tegole, mosse dalla brezza invernale, pendono dal tetto come foglie in procinto di cadere. Una chiesa, rigorosamente battista, fa capolino dietro ad un albero seguita da un'altra, e un'altra, e un'altra ancora. Ma dove sono le persone? Mi chiedo. L'impaziente istinto di costruire e distruggere che l'uomo ha sviluppato negli ultimi due millenni sembra non aver minimamente alterato questa parte di mondo. E allora perchè non abbandonarsi al pensiero, perchè non lasciare che la mente, lo strumento più complesso che la natura abbia mai creato, mi conduca dove le pare più opportuno? Chiudo gli occhi. Sono cosciente, ma in quel limbo tra sonno e veglia che spesso confonde realtà e sogno.

Il mio vestito bianco e la mia acconciatura fine sono appesantiti dalle lacrime che rigano le mie guance rosee e paffute. Un motorino arriva, tanta gente è intorno a me, una croce, Gesù, 'ali d'aquila'. Una mano calda intorno alla mia, vengo sollevata e qualcuno mi porta via.

Il parco oggi pare essere deserto. L'altalena, fredda, cigola sul mio peso quasi impercettibile mentre due braccia salde mi spingono, su e giù. Qualcuno urla, corre verso di noi. 'andate a casa, accendete la tv' dice la donna ansimante. Deve essere successo qualcosa di brutto, assumo. A casa, una torre crolla, un'altra è in fiamme. Tutti piangono. Non voglio più guardare la tv. Scappo.

Limoni. Tanti limoni. Li voglio raggiungere tutti. I miei piedi non toccano più terra, una risata dietro di me. 'ora ci arrivi', una voce calma dall'accento ligure mi culla.

La creta mi sfugge dalle mani. Allo stesso modo, mi sfugge anche la domanda che qualcuno mi ha appena posto. Canto. 'Come si chiama di nome Jovanotti?' questa volta ce l'ho, ho la risposta. Con certezza ripeto due volte 'Celentano'. Tutti ridono. Probabilmente sono buffa.

Una voce dolce sta intonando le note di 'Stella Cometa', ma io non prendo sonno. Domani è il mio primo giorno di scuola. Non sono pronta. Non voglio andare. Il letto sotto di me sembra non aderire al mio corpo, gelido, quasi bagnato. Aspetta, è bagnato.

Il campanello suona. Due uomini vestiti molto strani sollevano il corpo quasi pietrificato di mia madre. Le ordinano di respirare dentro un sacchetto. Non è un palloncino, penso,che cosa stupida. mi sorridono, io faccio loro vedere il mio criceto. Sono così orgogliosa del mio criceto.

Adoro la domenica. La mamma balla con il papà, io me ne vergogno. Adoro la domenica.

Le sette candeline bruciano consumando la cera, che, mio malgrado, cade rovinando la  bellissima torta. Tutti cantano. La mia faccia si oscura in quell'espressione che tutti compatiscono. Odio i compleanni. In particolare il mio.

Una noce di cocco più piccola delle altre giace sotto una palma all'ombra. Mi sembra infelice. Perchè non accudirla?

La palla blu sotto braccio. La pedana è davvero grande. Sento il mio nome, avanzo. Un urlo dagli spalti attira la mia attenzione. Lo riconosco. Non ho paura.

Qualcuno sta parlando. Sono motivazioni, giustificazioni, scuse. Ho deciso di non ascoltare. Il mondo sotto i miei piedi, crollato poco fa, ha creato un burrone in cui preferirei lasciarmi scivolare. NO. Devo essere forte, devo aggrapparmi a qualunque cosa. Per loro. Li amo, lo farò sempre.

Guardo la mia immagine, riflessa da quell'oggetto tanto temuto. Cambio. Lo sfondo cambia. Le persone al mio fianco anche. Famiglia, amici, compagni, conoscenti, Walt. Se prima tutto era così lento e scandito, ora il tornado soffia mescolando i ricordi. Sorrisi, pianti, decisioni, scelte.


Mi sveglio di colpo. Le luci della viva Houston accecano i miei occhi ancora intorpiditi dalla sicurezza del buio. Siamo quasi a casa. Non la casa di San Bartolomeo, nè quella di San Prospero. La mia casa di Katy. Perchè qui la mia vita mi ha portato. Qui la mia vita mi si ripresenta infinite volte al giorno, chiedendomi di guardare indietro per costruire un avanti.

Solo raccogliendone tutti i pezzi potrò aggiungerne dei nuovi, e così forse potrò collegare le domande senza risposta e cambiare le risposte non inerenti alle mie domande.

martedì 29 dicembre 2015

Lightful.

Una volta ho detto a me stessa che non aveva più senso festeggiare il Natale. I regali, che prima erano elencati in una letterina appoggiata sulla punta del mio albero in salotto, erano diventati un'esplicita richiesta ai miei genitori qualche giorno prima della vigilia. Quell'ansia che, dopo il cenone con i nonni, mi prendeva il petto e mi spingeva a nascondermi sotto il mio letto era scomparsa già da una manciata di anni. Niente aveva più senso. Le decorazioni appese con noncuranza qui e là per casa, l'ombra di stanchezza sul volto di mia madre, l'albero di legno lasciato sulla mensola dall'anno prima. La magia era passata. 
Finchè non ho cambiato prospettiva. 
Il mio primo e probabilmente ultimo Natale americano ha riacceso in me quello spirito fanciullesco ormai perduto, scatenando una serie di fantasie riguardanti la mia vita futura. Non voglio grigiore, non voglio polvere, voglio vedere i sorrisi dei miei bambini scendere le scale correndo curiosi di scartare i regali che Babbo ha portato, proprio come i miei due fratellini hanno iniziato la loro giornata. Voglio trascorrere un intero weekend tra calze, rami e luci ascoltando 'Jingle Bells' o 'Have yourself a merry little Christmas', per poi ammirare il mio capolavoro con un bicchiere di vino rosso seduta sul divano accanto a mio marito. Questa avventura sta forgiando nella mia mente l'immagine di quello che io spero sarà la mia vita, incrementando l'ambizione che è sempre stata parte del mio carattere. 
Non fraintendetemi però, non è stato facile trascorrere la festività più importante dell'anno con persone che conosco da appena due mesi. Ci sono tradizioni italiane che non sono rimpiazzabili, ma sono più che grata per come la mia famiglia ospitante ha reso tutto così memorabile e allo stesso tempo leggero, 'homesickless'. Non smetterò mai di ringraziarli per avermi accolto in modo così caloroso nella loro vita già così piena e completa. 

Dopo questi ormai soliti pensieri profondi, ecco a voi qualche 'Random Fact' natalizio. 
 - Alcune famiglie americane arrivano a spendere $10.000 in decorazioni ogni anno. 
 - circa 19 miliardi di dollari di regali quest anno verranno mandati in speciali magazzini di riuso in quanto non desiderati. 
 - A Natale, come durante il ringraziamento, è tradizione mangiare il tacchino. 
 - Gli americani continuano a ripetere che il Natale non è altro che il compleanno di Gesù, ma poi si contraddicono spendendo migliaia di dollari in regali. 
 - Se con 'regali' voi pensate al pensierino che noi siamo soliti donare ai membri delle nostre famiglie site fuori strada; qui si arriva ad avere il salotto pieno, e dico PIENO di regali giganti. 
 - Hobby Lobby è diventato il mio negozio preferito. Un indizio? Le decorazioni sono divise per sfumatura di colore e c'è una sezione per ogni area della casa. (MAN CAVE compresa) 
 - L'anno prossimo convincerò la mia famiglia a fare un Gingerbread house contest.


Per questo Natale è tutto guyz, see y'all in 2016. 

-Vale 
Italian Spirit
Stairs.

My gingerbread house.

 

venerdì 18 dicembre 2015

Materialism.

Vorrei considerare questo come un piccolo 'extra'.
Circa una settimana fa ho avuto un cosiddetto 'essey' durante la classe di inglese in cuila consegna diceva: "Are individuals and society manipulated by money and materialism?"

Bene, oggi voglio condividere con voi la mia risposta, spero vi piaccia.

Our society has been manipulated by money and materialism more and more from the beginning of 20th century to the modern days thank to technological advancement that seems to has become an actual addiction. People, today, show a particular obsession for 'things' that certainly they don't need at all, just to feel that uncatchable satisfaction that is going to disappear once something else is missing. "We are living in an increasingly superficial society where material objects are discarded almost as soon as they appear, to be supplanted with more and newer or better objects" (Ludwig Lowestein). That must be true because most of the times we are so focused on what is going to happen next, that we forget to enjoy and be thankful for what we do have; that's called materialism.
But we are not the only society influenced by the power of money, in fact all this attachment to tangible things began with the 'boom' of technology discoveries in the 1920's, where wealthy families were continously judged by other rich people and cars, radios, clothes and houses became possessions to show off any time as possible. We have an example of this richness context in 'The Great Gatsby' book, where the theme of money is underlined in each chapter, even demostrating that a childish young woman would have chosen the security of wealth instead of true love.
Someone though could argue that money are necessary to live a decent life; that's absolutely right, but it doesn't mean that people are excused to forget what the real values are, as Daisy does when she cries over the expensive objects owned by Gatsby; we should see happiness on her face, since she found the 'missing love of her childood', but instead she just regrets what she could have had.
This is still happening in our daily lives, in which people are always unsatisfied and never grateful, because it seems that the grass is always greener somewhere else.

Se sei arrivato in fondo a questo primo, illeggibile pensiero in inglese, sei un temerario, i miei complimenti!

lunedì 14 dicembre 2015

Vivendo.

Prima di partire, cari futuri exchange, mi struggevo figurandomi immagini di quello che sarebbe stata la mia nuova vita in questo paese. La verità è che, nonostante la tentazione spinta dalla curiosità sia davvero tanta, non dovete crearvi delle aspettative. Dovreste arrivare ad agosto prossimo con la mente libera da qualsiasi fantasia, da qualsiasi sogno e, cosa più difficile, da qualsiasi giudizio.
Non potrà piacervi tutto, le persone vi appariranno diverse, il mondo troppo grande e voi così piccoli. Ma sapete cosa? Giorno dopo giorno accumulerete conoscenza, stamperete immagini davanti ai vostri occhi, le vostre orecchie si adatteranno a quei suoni squillanti che riempiono i corridoi della scuola e solo allora vi accorgerete che il vostro punto di vista è cambiato. Non sarete più la ragazza strozzata dai singhiozzi che guarda le le nuvole infinite dal finestrino di un areo, ma un cittadino del mondo, che osserva dall'alto i giorni; questa volta non sognando, ma vivendo.


Sono ormai quattro mesi che sono qui. Un mese e mezzo dal mio trasferimento. Cos'è cambiato? Tutto. Fuori le strade sono illuminate da luci insane ed animali delle fiabe che prendono vita di notte nei frontyards delle famiglie; dentro, un albero di Natale alto più di un albero vero mi accoglie tutte le sere dopo scuola. Dire che gli americani sono ossessionati con le decorazioni è una presa in giro. Sarebbero capaci di morire per accaparrarsi l'ultimo ed irrinunciabile fiocco bianco e rosso da Target. Sono cose che mai capirò del materialismo americano ma che, da visitatrice temporanea, non posso non godermi fino in fondo. Ma nulla è cambiato di più che me stessa. Non devo più fermarmi a pensare prima di dire grazie ad una persona per un gesto naturale; non mi sorprendo più davanti alle quattordicenni incinte o alle ciabatte portate con le calze; il mio naso non si arriccia più quando mi presentano il latte al cioccolato con il purè di patate e le crocchette di pesce. Cosa più importante, mi sento sempre più forte ogni giorno che passa, sempre più indipendente, adulta. Finalmente colgo la bellezza nelle piccole cose, e dopo due mesi di privazioni, ora un pomeriggio in giro per la città con uno Starbucks in mano e un'amica con cui parlare di frivolezze mi sembra un miracolo dal cielo. Ho imparato a dare un valore a tutto quello che ho sempre avuto ma che non ho mai avuto l'umiltà di apprezzare; e ora, quando descrivo le mie prime settimane qui, rispondo agli sguardi increduli delle persone con un un sorriso pieno di consapevolezza che ogni singolo secondo passato nella più completa oppressione sia servito. Non cambierei nulla di quello che ho vissuto, anzi ringrazio tutti i giorni, silenziosamente nella mia mente, il signor Caso, in cui io credo devotamente, per avermi guidata in questo straordinario percorso.


Detto questo, vorrei, per la prima volta, rivolgermi in modo diretto a voi. Chiunque siate, se avete bisogno di un consiglio, voglia di dare un suggerimento per un futuro post, o semplicemente una curiosità a proposito di quello che sto vivendo, vi prego di non farvi problemi a scrivermi, che sia in privato su Facebook, o pubblicamente nei commenti qui sotto. Sarò sempre felice di potervi rispondere e accontentare una richiesta.

In attesa di questo Natale diverso dal solito,

Vale




Entrambe le foto sono al Nutcracker Market di Houston.
Nov. 14



domenica 6 dicembre 2015

Parigi.

Come ho in parte detto, di parole per descrivere certe atrocità io non ne ho. Ma voglio lasciare un segno, qui, per ricordarmi di questo periodo tutt'altro che luminoso per la storia del nostro mondo. Per questo, ho deciso di pubblicare un pensiero di una persona che avete già incontrato se da sempre avete seguito questo mio angolo di sfogo. A te la parola, Walt.

'[...] I morti sono 150. I feriti 120; anzi sono di più. Sono centinaia, migliaia, milioni, siamo tutti noi. Tutti siamo lividi di ciò che è successo; tutti oggi siamo vestiti a lutto circondati da un silenzio che mi suona irreale. Parigi è da sempre il centro della vita europea, il fulcro delle arti, lo stendardo delle libertà. Tutto questo ieri notte è stato bruciato nelle fiamme delle esplosioni, lacerato dai colpi rimbombanti dei fucili. Non ci sono più parole per narrare i fatti; ciò che è accaduto è semplicemente il segnale del regresso umano. L'uomo è diventato nemico di se stesso, assassino di quelli che sono i suoi stessi dogmi, al servizio di una religione che nemmeno loro sanno ormai più interpretare. Dove sono i principi della Rivoluzione Francese? Dov'è l'egalité? Dov'è la fraternité? Dov'è la liberté?
Il mio pensiero va ai parigini, ma anche al mondo, ad un mondo sotto attacco, che purtroppo si sta abituando ad un clima di perpetua paura seppure abbia bisogno di pace tanto quanto ha bisogno di ossigeno. Mi rivolgo ad un mondo che deve reagire, per loro, per tutti, PER NOI. [...]'